sabato 28 febbraio 2015 4 commenti

Apparato umano

Siamo ancora liberi. Ma non c'è modo di dimostrarlo o giustificarlo. Non c'è azione che non sia dettata da una convenzione, una tradizione, che si tratti di leggi o di buoncostume, attraverso le quali si formano gli uomini.
Ed è malcostume andare contro la comunità in quanto tale, caratterizzata da comportamenti o forme apprese negli anni, clausole di un contratto invisibile che ci trattiene tra le nostre regole morali. Ma fra quali meandri della coscienza cercare la moralità se essa richiama sempre quell'insieme di convenzioni che distinguono fra giusto o sbagliato non secondo ragione ma secondo tradizione?
Siamo ancora liberi, ci ripetiamo, ma non c'è modo di osservarlo. Siamo la diretta proiezione della visione che gli altri hanno del nostro essere uomini o donne. Non siamo sinceri per natura o bugiardi per istinto, non ci copriamo per il freddo e non ci spogliamo per il caldo, non compriamo per desiderio e non ci serviamo delle cose per necessità. Nasciamo nell'opinione altrui, ammettiamo l'errore e ad esso ritorniamo per venirne a capo, continuando a vivere nello sbaglio di possedere ancora un libero arbitrio che non ci sia stato donato da qualcun altro. E ci giustifichiamo a vicenda, rendendoci utili al prossimo per piacerci o per piacere, mentre ogni giorno moriamo fra le braccia dei giudizi altrui, tanto importanti quanto indispensabili. E se foste soli in eterno, senza opinioni né idee, di cosa avreste bisogno se non di sola acqua e di solo pane?
Siamo ancora liberi, lo sentiamo, ma non c'è modo di impararlo. Abbiamo bisogno di affetti e carezze, mentre i semi dei nostri rapporti sono stati piantati dall'egoismo e crescono a dismisura. Più forte è il legame e più forte è la necessità di custodirlo e possederlo per essere sicuri di poter attingere alla fonte del proprio benessere custodito nelle anime altrui. Io sto bene con te, sei parte del mio benessere e io sono parte del tuo, in un gioco di connessioni e concessioni attraverso le quali ingannare le proprie solitudini. E non c'è maledizione più grande per chi si convince d'aver legato il proprio destino alle scelte di un estraneo. E se ad uno ad uno ti strappassero via affetti e persone care, come foglie da un arbusto, finché spoglio non t'abbandonerai alla tua reale natura? Cosa sei senza di esse?
Siamo ancora liberi, lo desideriamo, ma non lo consideriamo. Siamo alla ricerca di mancanze da colmare, con un hobby, una passione, una collezione, una forma o una maschera, mentre volgiamo lo sguardo verso le stelle (de-siderando) e ci riempiamo d'un altro vuoto. E bramiamo ciò che non possediamo ancora, rintanandoci in una forma che può essere congeniale allo scopo di sopperire ad un bisogno, cercandola nel passato se non abbiamo presente ed escludendo così ogni progresso futuro. E se con-siderassimo d'essere al di sopra delle cose, "bastandoci e sollevandoci liberi e senza paura al di sopra di uomini, costumi e leggi, rinunciando senza rimpianto e fastidio a molto, anzi quasi a tutto ciò che presso gli altri uomini ha valore?"
Siamo ancora liberi. Chi può dire il contrario o giustificare che sia vero?
lunedì 9 febbraio 2015 2 commenti

Considerazioni

Vi chiedo cosa resterà di quelle foto e di quelle risate con gli amici dopo che gli anni saranno passati e la nostalgia vi ricorderà quante occasioni avete sprecato. Quasi ci si abitua a vedersi sempre conciati allo stesso modo, pronunciando le stesse frasi o parole come registratori rotti, in un moto rettilineo uniforme che tende sempre verso lo stesso bersaglio. C'è qualcosa che ben non comprendo, ma non me ne accorgo finché vivo la giornata. Poi il retrogusto amaro della consuetudine si fa sentire poco prima di chiudere gli occhi. Poggio la testa sul cuscino. 
Ne è finita un'altra, mi dico, e ricomincerà domani, e poi domani, e ancora, e ancora, ma niente mi lascia intendere che certe cose cambieranno o muterà il corso degli eventi. Poi delle piccole varianti mi rendono vivo, un salto nel vuoto, una battuta che riesce a far ridere, un favore a cui segue la gratitudine, la fiducia sincera di un amico o di un collega. Quasi mi diverte sapere o pensare che ci sono tante altre laboriose formiche che come me cercano di darsi un senso, mentre zampettano qua e là o si scambiano sguardi maliziosi con gli opposti sessi.
Mi hanno detto una bugia, ma io ne conosco altre e posso dirle a mia volta. E riempio il mondo di bugie. Voglio che mi credano, che mi guardino negli occhi e possano dire "è la verità". Poi si girano e d'un tratto non è più così, muto di nuovo forma, mentre aspetto che il senso delle cose gli si riveli sotto il naso. Freddo come la neve. Poi al sole si scioglie.
Come sto? Forse dovrei prendere una XXL. O forse dovrei perdere qualche chilo. Mi sto riempiendo di cioccolata e stima di me. Potrei seguire la dieta del caffè espresso facendo finta d'essere depresso, continuando a guardarmi i piedi senza mai alzare la testa verso il cielo per paura che le cose possano iniziare ad andare per il verso giusto. 
Non ho scheletri nell'armadio, li tengo sotto il letto perché possano respirare con meno affanno. Provate voi a stare rinchiusi per ore e ore dentro il guardaroba senza vedere mai la luce del sole. Io li tratto bene, mi prendo cura di loro, sono i miei scheletri, e di nessun altro. I peli sulla lingua li lavo regolarmente, shampoo e balsamo, ci tengo alla cura della mia persona, sono un esteta, ho la faccia lavata e una mano aiuta l'altra. Di mestiere faccio l'orecchio da mercante, ascolto ma non importa, tanto domani ne diranno di nuove. A proposito, il mio carbone è bagnato, ma continuo a cucinarci sopra delle ottime salsicce. E' vero, tutto fumo, ma alla fine l'arrosto viene bene lo stesso. E se ve lo chiedono, ho la testa sulle spalle ma non l'ho messa io lì. Dicono di me che sono  un uomo tutto d'un pezzo, ma ciò non significa che certe palle non si possano rompere. 
A parte questo, se l'occhio non vede occorre un oculista, ma se il cuore non duole va ancora tutto bene, la salute innanzitutto. Certe bugie poi hanno le gambe corte, ma possono comunque essere all'altezza della situazione...

giovedì 15 gennaio 2015 5 commenti

Parra cu idda

"Io amo questa città con un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è innamorato perdutamente di una puttana, e non può farci niente, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, volgare, prepotente, e però è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi dell'amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro; egli dovrebbe prenderla mille volte a calci in faccia, sputarle addosso "al diavolo, zoccola!", ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempie l'animo di oscurità." 
(Giuseppe Fava, da "I Siciliani", 1980)

Le viscere e gli intestini di noi siciliani sono maledettamente avvelenati da una dolce seppur triste malattia che in maniera quasi scellerata ci lega alla terra natìa. E non ci saranno luoghi oltre lo stretto che sapranno carezzare le nostre gote come il vento che spirando da sud ci riporta gli odori delle zagare e degli arancini. E come affamati da quei ricordi continueremo a trascinare sulle nostre spalle il pesante fardello della nostalgia, perché non osiamo immaginarci altrove se non fra le sponde delle nostre torbide e limpide acque. Tuttavia non esiste male peggiore e non esiste cura migliore per un cuore che a fatica si fa forza, trascinandosi oltre le rive del mare che ci circonda e da cui siamo stati generati, emarginati, vittime della nostra stessa solitudine.

"Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il 'la'."
(Giuseppe Tomasi di Lampedusa, da "Il Gattopardo")

Abbiamo il volto sfigurato dalle mille e una notte fatte di stelle bizantine, romane, arabe, normanne, mentre a capo chino abbiamo sempre accettato questo o quell'altro padrone, eterogenei e senza personalità, uno nessuno e centomila ancora una volta e invano, in eterno, cerchiamo di guardarci allo specchio per riconoscerci. Tutto e niente, mentre fra le vie dei nostri quartieri eleganti e signorili si intrecciano le sinuose forme del barocco e del rococò, testimonianze di chi ha saputo conciarci come una bella sposa prima d'andare in moglie a molteplici mariti. Ed è forse questo che siamo: eterna ricerca di noi stessi, travagliata miseria che inerme sfocia nella noia ma che sa d'incanto.

"Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali."
(Giuseppe Tomasi di Lampedusa, da "Il Gattopardo")

L'isola che non c'è e quella che verrà, nei sogni di chi l'ha vista solo in cartolina e di chi l'ha vissuta con le sue contraddizioni. Ma finché resta tempo lasciami dormire, rapito dal lungo sopore da cui mai vorrò destarmi, cullato dall'onirica voglia di non vederla mai cambiare, affinché tutto resti com'è, in disordine. Ma lasciami qui, fra la Valle dei Templi e l'Etna, fra la Scala dei Turchi e Ortigia, fra Anapo e Aretusa, tra cannoli e cassate voglio vivere il mio tempo.

"Di fronte m’eri Sicilia, o nuvola di rosa sorta dal mare! E nell’azzurro un monte: l’Etna nevosa. Salve o Sicilia! Ogni aura che qui muove pulsa una cetra od empie una zampogna e canta e passa…Io era giunto dove giunge chi sogna."
(Giovanni Pascoli, "L'isola dei poeti")
lunedì 22 dicembre 2014 2 commenti

Copiadanno

Fra le solite luminarie di Natale a intermittenza s'accendono e si spengono gli affetti degli uomini e dei mezzi uomini, mentre per le amicizie, quelle vere, c'è sempre spazio, fin quando non passeranno le feste e ce ne dimenticheremo, abbandonate in uno scatolone polveroso fatto di ricordi e pastorelli. Ed ogni anno si rinnovano, le bugie e le promesse, i vecchi e i nuovi, buoni propositi per tenersi vivi e credere illusi, ancora una volta, che cambiare si può. E tutto cambia, in fondo, per restare com'è. Un nuovo calendario appeso alla parete e una foto da bambino sulla credenza, metafora dei giorni che sono passati, disegnati sui fogli delle copisterie coi nomi dei santi, ma vivi e vegeti nei ricordi di chi li ha vissuti settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, vedendosi invecchiare, crescere, cambiare.
Tra la fine e l'inizio il salto è breve, ma ad opera già iniziata attendere la fine è una lunga prova di forza e nervi. Lettere d'amore e biglietti d'auguri, anonimi, perché in fondo cosa importa, fa sempre piacere riceverli. Dedicare un pensiero, strappare un sorriso o perdersi fra occhi lucidi ma sconosciuti incrociati per pochi secondi e figli dell'attimo fuggente, in un gioco di schiaffi e carezze, di falsi contatti e scintille, nati dall'incrocio fra la curiosità donna e la scoperta uomo.
Poi mi illudo che le cose peggiori dei giorni nostri inizino la mattina con il caffè bruciato e finiscano la sera con il pattume pieno e il freddo gelido. E mentre qualcuno sceglie se essere vegetariano o di destra, se dire o fare, se mangiare o bere, se Vodafone o Tim, se bianco o nero, se Apple o Android, se le scarpe o la sciarpa, se il mare o la montagna, se Budda o Allah, in nome di Dio salvate la regina perché solo lei può ancora tenerci tristemente ancorati alla falsa speranza che la nostra realtà è davvero quella giusta.
E allora ognuno con la sua forma, calda e confortevole, per vivere per qualcosa o per qualcuno, perché senza nessuno certi fili sottili legati al senno d'identificarsi rischiano di spezzarsi, annullando, dio non voglia, quell'incantesimo che ci rende docili e mansueti e che comunemente chiamiamo ruolo, divisi fra affetti e società. Marito, moglie, figlio, avvocato, dottore, geometra, architetto, scultore, untore, pastore, istruttore, fratello, sorella, amico, zio, zia, nonna, calciatore, conduttore, panettiere, dentista, cuoco, parrucchiere, meccanico, bianco, nero, frocio, lesbica, drogato, barbone, un nome per ogni cosa che ci identifichi e ci cataloghi, perché fra di noi sia facile discernere fra bene e male.
E se volessi provarli tutti, per il gusto di non poter mai dire cosa sono o chiamarmi per nome, per non avere di me una ed una sola idea, per tirare fuori dal cilindro la faccia giusta per ogni occasione. E allora non saprai mai con chi avrai a che fare, perché sarò fuori produzione, senza stampo o marchio. Non ho mai pensato con la mia testa. Non ho mai comprato senza che non mi dicessero dove spendere i miei soldi e non ho deciso io con quale regalo fare bella figura.
Poi mi rileggo, già scritto. Poi mi sento parlare, già detto. E allora mi riguardo, a capodanno un anno dopo, in un film già visto, e ho come l'impressione che di questa vita me ne abbiano data una copia...
sabato 6 dicembre 2014 2 commenti

Bo...nonsai

C'è qualcosa di mistico o quasi surreale fra i tuoi rami e le tue foglie che immobili osservano senza guardare quello che accade intorno a noi, fatti di pelle ed ossa, mentre si muovono emozioni e sentimenti. Ne sembri così escluso che è difficile dire se l'incoscienza ti è stata donata come la più nobile delle concessioni o se è la tua più grande maledizione. Perché niente ti tocca o ti sfiora se non qualche raggio di luce che timido fa capolino fra le tende mentre tu ne assorbi con cupidigia insaziabile linfa vitale. Ti ho visto a colazione, impassibile. Ti ho rivisto a cena, sempre lì, in un legnoso e contorto turbinio di rami e fuscelli, quasi come se l'attimo t'avesse immobilizzato mentre stavi per dire qualcosa, con le parole in gola e le foglie tese a gesticolare.
E se non ti dessi più acqua? E se finalmente ti costringessi a parlare e a soffrire, senza che nessuno ti senta? Così, solo per il gusto perfido di scoprire che sotto quella corteccia scorre succo d'anima, vittima tanto quanto lo siamo noi uomini delle fortune e delle disgrazie della vita. Ma tanto a te non importa, basta poco perché un altro seme venga piantato, senza fronzoli o regali di compleanno, senza inviti o anniversari, senza guerra né pace, tutto secondo natura seguendo una logica talmente razionale da rendere semplice ogni cosa.
Perché non la smetti e ti metti in gioco? Esci dal torpore della terra, strappa via le tue radici e dammi una mano. Non puoi avere altra acqua. No, non ti sposto, stai bene sul tavolo e la luce arriva lo stesso. Non la smetto di fumare in casa, fuori fa freddo e piove, non hai né il naso, né i polmoni, di cosa ti lamenti? Ho visto sai, che le tue foglie stanno ingiallendo. No, non la spengo la TV. Ma poi se ti dà così fastidio perché non me lo dici? Perché continui a guardarmi e non ti esprimi? So che preferivi che ti comprasse quel caro vecchietto vegetariano, pensionato, dalla casa enorme e con la passione per la botanica. Ti ho portato a casa mia, va bene? Rispondimi, rispondimi e sii sincero, vorresti andare via? Fallo. Esci dal vaso di ceramica e scappa via. Non riusciresti a vivere un giorno col mondo freddo che c'è fuori. Devo pure starti a sentire, non mi dai nemmeno frutti, a cosa mi servi?
Giorno e notte, giorno e notte, mentre il sole e la luna si alternano, mentre gli eventi, le sensazioni, i dubbi, i timori e le gioie si susseguono e attraversano le carni fino a raggiungere l'anima di noi uomini, così lontani dalla tua natura implacabile e mite, mentre lungo i rami, la corteggia e le foglie scivola via l'acqua, attraversa la terra e giunge ai tuoi piedi, mentre tutto si rincorre e in un capitombolo inciampa fra le incomprensioni, mentre la vita passa fra le rughe d'espressione, tu, ancora placido, te ne stai a guardare. Fermo.
venerdì 28 novembre 2014 1 commenti

L'amore ai tempi di Catfish - di Simone Varrasi

Dato che Sturamente si propone d'essere un contenitore di idee il cui unico scopo è il libero scambio di pensieri ed esperienze, vi propongo un articolo scritto da un mio caro amico, collega di dissertazioni sui molteplici aspetti della psicologia umana. Apprezzo sempre il suo punto di vista e spero che tornerà presto a scrivere fra le pieghe e le pagine virtuali del blog. Felice lettura.

L'AMORE AI TEMPI DI CATFISH

Passatempi discutibili.

Ebbene sì, lo ammetto: sarà che mi rilassa, sarà che d’estate non ho molto da fare, sarà che forse sono destinato a ingrassare mangiando pop corn su un divano, ma… mi piace guardare MTV.
Durante il mio zapping quotidiano, in particolare, ho seguito più volte il programma Catfish: false identità, una trasmissione alla quale ragazzi e ragazze chiedono aiuto per incontrare il partner conosciuto online: sono storie in cui non c’è mai stato un incontro, mai una videochiamata, spesso neanche una telefonata, ma mesi e mesi di sola chat e al massimo un’amicizia su Facebook. Com'è facile immaginare, le puntate si concludono quasi sempre col protagonista che scopre di essere stato raggirato e con la persona amata che non era chi diceva di essere.
Puntata dopo puntata la mia curiosità cresceva, finché non ho potuto fare a meno di chiedermi: com'è possibile, per certe persone, innamorarsi online di qualcuno che non si è mai visto? È una cosa che può succedere a tutti, o ci sono soggetti predisposti? Ci sono dei meccanismi particolari che si attivano, oppure queste storie sono paragonabili agli innamoramenti “di presenza”?
Incredibile a dirsi, ma questi dubbi mi hanno spinto giù dal divano: sentivo la necessità di trovare delle risposte. Ed ecco a voi cosa ho scoperto…

In principio era la disinibizione…

Ma che cosa ci succede quando siamo online?
Un suggerimento arriva dall'ormai lontano 2004, in un articolo scientifico pubblicato dal professor John Suler sulla rivista CyberPsychology & Behavior: nel momento in cui siamo online, i filtri che di norma caratterizzano la nostra comunicazione sociale si assottigliano, spingendoci a essere più diretti e spontanei; in altre parole, collegandoci a un ambiente virtuale ci disinibiamo.
Questo effetto di disinibizione segue regole precise ed è influenzato da diversi fattori, ma soprattutto non agisce per tutti allo stesso modo. La disinibizione, infatti, può prendere una direzione negativa caratterizzata da comportamenti violenti, antisociali e offensivi (pensate alla pagine Spotted…), oppure una direzione positiva caratterizzata da fiducia, apertura emotiva e desiderio di confidarsi.
Credo che questa sia una premessa fondamentale per la comprensione delle storie di Catfish: la persona che si disinibisce e che imbocca la cosiddetta direzione positiva inizia a parlare di sé e dei propri problemi, confessa all'altro pensieri che forse non aveva mai detto a nessuno, si sente al sicuro da giudizi e cattive figure. 
Nulla vieta, però, che nel frattempo l’interlocutore abbia imboccato la direzione opposta, ossia la disinibizione negativa…

“È tutto nella mia testa”.

Il soggetto, oltre a disinibirsi, sente il bisogno di rappresentarsi l’Altro virtuale e di dargli un’identità; è come se si chiedesse: con chi sto parlando? Che carattere ha questa persona?
Come spiega John Suler, il particolare contesto della chat online provoca la sensazione che la propria mente sia fusa con quella del partner, arrivando a percepire quest’ultimo come una sorta di voce interiore. Tuttavia, non avendola mai sentita davvero, è inevitabile che questa voce sia ricreata arbitrariamente, attingendo dalla fantasia o dai ricordi.
Ma proviamo a immedesimarci: dopo essere entrati in contatto con qualcuno, cercheremmo di ricostruire la sua personalità, inizieremmo a riflettere sulle motivazioni che l’hanno spinto a dare una certa risposta piuttosto che un’altra, formuleremmo ipotesi, immagineremmo una storia e un carattere al fine di ottenere la rappresentazione più coerente possibile. Ma continueremmo a lavorare di fantasia e, soprattutto, di proiezioni: la scelta dei suoi tratti e delle sue caratteristiche avverrebbe sulla base di ciò che desidereremmo vedere, e non sulla base di ciò che realmente c’è. Complice la disinibizione positiva, alla fine avremmo ricostruito il partner che più soddisferebbe le nostre aspettative, quello che più verrebbe incontro ai nostri bisogni.
Peccato, però, che il processo si riveli del tutto arbitrario, portando alla creazione di un vero e proprio personaggio inventato.

Differenze individuali.

A questo punto è facile capire che un partner modellato a immagine di attese e desideri eserciti un’attrazione su chi l’ha prodotto.
Tuttavia, come starete già pensando, è lecito ipotizzare particolari caratteristiche di personalità in chi si abbandona completamente all'effetto di disinibizione e in particolare all'introiezione solipsistica: non tutti, infatti, accetterebbero di parlare con uno sconosciuto che rifiuta di farsi vedere in webcam, così come non tutti fantasticherebbero sull'identità di qualcuno fino al punto di innamorarsene.
Ricapitolando: alla base delle storie di Catfish c’è un fenomeno comune a tutti coloro che usano Internet, ossia l’effetto di disinibizione; questo processo, come abbiamo visto, prevede anche la tendenza a ricostruire mentalmente il soggetto virtuale con cui abbiamo a che fare: tale meccanismo, tuttavia, sembra avere un impatto variabile da soggetto a soggetto, probabilmente a causa di specifiche storie di vita o a causa di particolari variabili di personalità.
Rimane un ultimo punto da affrontare. Possiamo stabilire un paragone tra le storie di Catfish e gli innamoramenti “di presenza”?

L’amore online e offline. 

Giovanni Gentile, in Frammento di una gnoseologia dell’amore, presenta l’amore come un processo che ricostruisce attivamente la realtà trasformando le caratteristiche del partner in una rappresentazione idealizzata che risponde ai nostri desideri, indipendentemente da quanto questa aderisca al vero.
Nel cyberspazio il partner è ricostruito su misura per effetto di disinibizione e per mancanza di informazioni; nelle interazioni reali, l’innamoramento fa sì che esso sia visto sotto una luce ideale, spesso poco aderente ai fatti.
Non sono meccanismi con analogie interessanti?
Forse avere a che fare con persone reali può darci più garanzie, ma l’amore, indipendentemente da come e da dove nasca, ci espone al rischio e all'incertezza: non possiamo conoscere del tutto chi abbiamo di fronte, neanche un amico di vecchia data, e al tempo stesso non possiamo escludere a priori la possibilità di incontrare una persona speciale nei luoghi più improbabili, sia essa la sala d’attesa di un dentista o una sessione di Chatroulette.
In ogni caso, un utile accorgimento potrebbe essere il diffidare della gente che non ci mette la faccia, sia negli impegni che nella webcam. E magari il prendere tempo, aspettando che siano i fatti a parlare e non la nostra fantasia.
Mi ritengo abbastanza soddisfatto, almeno per il momento. Posso tornare al mio amato divano…

Simone Varrasi

lunedì 10 novembre 2014 0 commenti

Il leone e la pecora

Agli albori dei tempi, un dio che esiste solo per chi crede decise di creare terre, piante predatori e prede. A causa di un forte starnuto si materializzarono i mari, figli del suo sputo. Ma il suo sterminato ingegno, sempre affamato, lo costrinse a proseguir l'opera del Creato. 
Un'unghia dal suo grosso alluce si spezzò, "luna!" disse, e nella notte buia la incastrò.
Giocando col fango, può sembrarvi un po' strano, impastò l'uomo del mondo guardiano.
Vedendolo solo a giocar col deretano, una donna affiancò a quell'impuro villano.
Felice di non giocar più col suo culo, trovò nella sua nuova compagna un posto più sicuro. Ma dio mio, se avesse saputo, fra lagne e lamenti dell'ano non ebbe rifiuto. Ma non divaghiamo, non è questa la storia, di due animali in particolare vorrei abbiate memoria.
Sempre quel dio, di fine intelletto, diede ad un essere qualsiasi quattro zampe possenti ed un regale aspetto. Dopo aver fatto una folta criniera, "leone!" urlò, plasmandolo di gran carriera.
A fine giornata, stanco del suo lavoro, si fece forza e creò un altro animale prima di trovar ristoro. Di bianco vestita e di umili sembianze, "pecora!" urlò, ma ne prese le distanze.
Per compensare la sua ingiustizia, al leone le grazie e alla pecora disgrazie, concesse al re della savana un solo giorno di gloria, prima che la morte sopraggiunga obbligatoria. Al batuffolo di lana, che non scelse il suo destino da puttana, regalò cento giorni di miseria per rimediar alla cattiveria.
E fu così che il leone in un sol giorno visse da pascià, fra i piaceri della vita e vizi a volontà. Non ebbe abbastanza tempo tuttavia per ricordarsi di quelle emozioni, che in poco tempo la cenere annullò le sue passioni. Re per un giorno, di lui questo si disse, ma a morir così presto pochi credettero sul serio che visse.
La povera pecora, sempre a novanta, la prese nel culo, ma vita ne ha tanta. Guardala imparare, si chiama esperienza, di tempo ne ha per ribaltar la sentenza. E allora coraggio, nonostante sei preda, son cento i tuoi giorni affinché qualcuno ti veda. 
Un giorno da leone, lo so, tu lo brami, ma quando sarai morto non mangiarti le mani. A pecora è ovvio, senti dolore, ma il tuo funerale non è questione di ore...
 
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