mercoledì 10 settembre 2014

Le prime luci del mattino

Dicono che il mattino abbia l'oro in bocca. Io credo che porti con sé un sapore diverso, dolce e piacevole, che è possibile apprezzare anche a stomaco vuoto. Poi, ad essere sinceri fino in fondo, non ho mai provato a mangiare delle monete o ad ingoiare delle banconote. Mi chiedo chi l'abbia fatto.
Ritornare alla non-casa è sempre traumatico. E' come festeggiare un non-compleanno. Ci si può divertire, per carità, ma manca sempre qualcosa di intimo che scuote l'anima e la riscalda, rilassando le viscere e carezzando il cuore. Quando me ne stavo a casa tutto il pomeriggio quasi mi appiattivo all'abitudine di vedermi incastonato fra gli affetti del mio nido. Raramente mi capitava d'alzare lo sguardo per la via, talmente ci si può assuefare alle circostanze che si muore un po' ogni giorno.
Tornato a casa dopo la lunga lontananza ci ho pensato bene prima di perdere anche un solo, misero minuto o una preziosa mezz'ora. Dormire risultava quasi turpe e vergognoso. Uno scempio sprecare del tempo chiudendo gli occhi. Respiro e ingoio, non vorrei scacciare via dai polmoni l'odore di campagna. Guardo e riguardo, mi giro, ti ricordi quella volta in cui rubammo le ciliegie dall'albero? E, aspetta, ricordi quando tutte le domeniche suonavamo il campanello di baffetto?
Siamo sempre al solito paradigma per cui il modo migliore per apprezzare qualcosa è perderla. Poi ritrovarla ha di nuovo il sapore di prima, moltiplicato due. Credo che qualcun altro l'abbia già detto, ma se avessimo la possibilità di resuscitare dopo la vita tornando in terra, a ragion veduta non perderemmo un solo secondo del nostro tempo per impegnarci in cose futili. E lo capiremmo da soli quali sono le cose futili. Per questo motivo Gesù non mi convince. Non posso immaginare di ritornare in terra solamente per riapparire al cospetto di chi mi ha crocifisso. O forse lo farei, ma per sputargli in un occhio.
Cose futili. O meglio scegliamo quelle che in qualche modo riempiono le nostre giornate. Dal lavoro agli amici, dagli hobby fino alle passioni. Senza sapere chi ce le ha messe lì, in fondo all'anima, a renderci felici o realizzati. Entelechia, come a voler tendere verso qualcosa o qualcuno, realizzandosi. Senza sapere perché, spinti da propulsori invisibili che ci indirizzano a forza lungo un viaggio o un percorso che in fondo non abbiamo mai abbracciato. Chi è portato per una cosa o per l'altra, per un mestiere o un altro, per uno studio o un altro. C'è chi colleziona tappi di bottiglia, c'è chi conserva le unghie dei piedi dopo averle tagliate. Così, perché sente di doverlo fare. Non sa perché ma continua a farlo. Scrivo, non so perché ma continuo a farlo. E continuiamo a fare cose, perché ci piace, perché mi va, perché mi fa stare meglio. Dovremmo imparare a stare meglio con le cose che ci fanno stare peggio, allora forse troveremmo delle alternative valide alla nostra monotonia. Nel frattempo è giusto fare ciò che ci riesce più facile: accomodarci e goderci lo spettacolo. Per il resto c'è sempre tempo, è ancora l'alba...

4 commenti:

serena domenici ha detto...

Favoloso, rubo.

Fabio Arceri ha detto...

L'autopsia cosciente della propria autodistruzione fusa alla consapevolezza di esser l'unico al mondo in grado di impedirne il compimento. E nonostante ciò, la confortevole sensazione di non poter intervenire.

Pierpaolo ha detto...

Non rubi, condividi e mi rendi felice... A presto Zia

Pierpaolo ha detto...

Ciao Fabio e benvenuto. A quella confortevole sensazione assocerei il gusto insipido di piatti che non abbiamo mai ordinato ma che ci sono stati serviti come "menù del giorno"... dopo giorno... dopo giorno... dopo giorno... dopo giorno...

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